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martedì 5 aprile 2011

LUNARIO DEL SOLE - 2

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Tavola n°  7               - LUGLIO -










































Tavola n°  8                    - AGOSTO -










































Tavola n°  9                          - SETTEMBRE -











































Tavola n° 10                     - OTTOBRE -









































Tavola n° 11                   - NOVEMBRE -











































Tavola n° 12                 - DICEMBRE -










































FORNASETTI, Piero.

- Nacque a Milano il 10 nov. 1913 da Pietro, industriale manifatturiero, e da Marta Munch. I genitori l'avrebbero voluto avviare agli studi di ragioneria per fargli proseguire l'attività paterna, ma una precoce attitudine al disegno lo condusse ad iscriversi al liceo artistico dell'Accademia di Brera. Frequentò per due anni scolastici, dal 1930 al 1932, e subito dopo si iscrisse alla scuola serale dello stesso istituto; i suoi professori (tra cui C. Zocchi, A. Maiocchi e C. De Amicis) vi insegnavano la pittura del ritorno all'ordine, rigidamente novecentista, contraria ai residui della scapigliatura, del liberty e dell'eclettismo storicista. Seguì quindi i corsi speciali di arte applicata e di pittura al Castello Sforzesco; suo maestro fu G. Usellini, che praticava una pittura metafisica, neoquattrocentesca, fortemente ironica e antiretorica.

Un disegno di esame del 1937 (Mauriès, 1991, ripr. p. 17), controfirmato dall'Usellini, fa capire quanto l'influenza di quest'ultimo sia stata decisiva per la formazione del F., che ebbe l'opportunità di incontrare anche C. Carrà, M. Sironi e A. Soffici, allora già maestri riconosciuti del Novecento.

Nel 1933 il F. partecipò ad una mostra di studenti universitari allestita a Milano, nel palazzo dei Sindacati, e nello stesso anno, nell'ambito dei concorsi indetti dalla Triennale di Milano, presentò alcuni foulards stampati, che, rifiutati perché considerati troppo moderni, dimostrano come fosse impegnato nell'elaborazione di quei procedimenti di stampa che perfezionerà in seguito e che saranno la chiave del suo successo. Nel 1936 prese parte alla VI Triennale di Milano con una stele in bronzo commemorativa della campagna d'Abissinia (La partenza del soldato) e con un fregio in ceramica (Presepe): in queste opere, entrambe andate distrutte (Mauriès, 1991, ripr. p. 42), si nota la stretta osservanza dello stile novecentista in un misto di primitivismo e neoclassicismo, un passaggio dovuto, omaggio ai suoi maestri e allo stile della sua epoca.

Da quel momento il F. elaborò il suo stile originale coniugando l'invenzione fantastica e l'invenzione tecnica. Uno stile eclettico e gioioso che utilizza tutti i filoni della cultura artistica sua contemporanea e li mescola con disinvolta trasgressività: surrealismo, metafisica, ritorno all'ordine, classicismo, primitivismo e razionalismo. Lo "stile Fornasetti" nacque anche grazie alle collezioni di oggetti che l'artista accumulò nella sua casa: negli anni Cinquanta si contavano già circa 7.000 pezzi, tra cui carte geografiche, cataloghi, militaria, album di sarte e sellai, nastri, pizzi, insegne di osterie, scatole di fiammiferi, vetri, francobolli, carte da gioco, giochi.

Nel 1938 si aggiudicò il premio Margherita Sarfatti, indetto dalla Cassa di risparmio delle province lombarde per incoraggiare giovani artisti; grazie al denaro vinto intraprese un viaggio attraverso l'Italia meridionale e l'Africa mediterranea, cercando ispirazione dalla natura e dalle forme dell'artigianato popolare.

Dal 1939, e sino agli anni Sessanta, le opere del F. trovarono spazio e recensioni sulle pagine della rivista Domus, diretta da G. Ponti, per la quale disegnò diverse copertine negli anni 1939-40. Ebbe così inizio l'intensa collaborazione tra il F. e il Ponti: li univa la passione per le arti applicate che consideravano alla stessa stregua della pittura e della scultura; entrambi avevano a cuore e ricercavano l'italianità, intesa come "stile italiano" piuttosto che come adesione alla cultura fascista del regime. Con la VII Triennale di Milano del 1940 il F. si impose con il suo gusto, il suo stile e le sue idee: espose fazzoletti, disegni per ricami e per vasi in vetro, eseguiti dalla ditta Salir di Murano, piani in marmo e in scagliola intarsiati e un armadio disegnato da Ponti, rivestito con materiale da lui stampato e decorato, destinato ad essere il capostipite di una lunga serie di mobili realizzati a quattro mani.

A partire da questo anno iniziò a realizzare libri in proprio, per la maggior parte edizioni limitate, che spediva ad amici e clienti (nel 1940 e nel 1941, ad esempio, pubblicò i volumi All'insegna delle dodici mani e 12 mesi, 12 volti, con scritti e poesie di P. Gadda Conti e nel 1942 il Lunario del sole con testo del pittore F. Clerici). Nel 1942 partecipò, sotto la direzione del Ponti, alla ristrutturazione dell'università di Padova, nell'antico Palazzo Bo, e affrescò la galleria del Rettorato, utilizzando le antiche piante delle città italiane; l'opera, interrotta a causa degli eventi bellici, fu ultimata nel 1956.

Chiamato alle armi, svolse il servizio sempre a Milano fino a quando fu catturato dai Tedeschi e incarcerato. Nel 1945 riuscì a fuggire in Svizzera e a Ginevra, nello stesso anno, disegnò il manifesto, le locandine e il programma della tragedia di A. Camus Caligula, messa in scena da G. Strehler.

Alla Triennale milanese del 1947 espose 24 piatti, con semplici disegni in bianco, nero e oro; il successo fu tale che il F. iniziò a stampare e produrre in proprio oggetti di porcellana (le sue ceramiche sono solitamente firmate e possono recare il nome delle serie, alcune volte anche un numero progressivo). Nello stesso periodo iniziò la produzione di paraventi che, con i piatti e i vassoi stampati, gli procureranno una fama internazionale.

Nell'atmosfera libera e piena di speranze del dopoguerra la creatività del F. esplose in una miriade di invenzioni e di idee. Egli perfezionò un metodo originale che gli consentì di stampare i suoi disegni, per lo più in bianco e nero, su qualsiasi materiale, dalla ceramica al legno, dal metallo al vetro. Gli anni della ricostruzione furono caratterizzati dal lavoro in comune di diversi artisti e videro nascere a Milano ambienti pensati e decorati a più mani, molto spesso oggi noti solo attraverso riproduzioni fotografiche.

Per il cinema Arlecchino, degli architetti R. Menghi e M. Righini, aperto nel marzo del 1948 (Domus, 1948, n. 231, pp. 18-21), L. Fontana realizzò i fregi in ceramica e l'illuminazione mentre il F. eseguì i pannelli stampati con scene di vita di Arlecchino; l'albergo Duomo, inaugurato nel 1950 e realizzato dagli architetti M. Bega e A. Avati (ibid., 1950, n. 250, p. 2), fu ideato insieme a un gruppo di artisti quali F. Melotti e L. Minguzzi, il ceramista P. Melandri e il F.; per il transatlantico "Conte Grande", del 1949 (ibid., 1950, n. 244, pp. 14-20), G. Ponti e N. Zoncada progettarono l'arredamento delle sale da pranzo, sale di scrittura, il bar e le gallerie, con decorazioni e opere di artisti e artisti-artigiani, tra i massimi di quel periodo: oltre al F., a Melotti e a Fontana, E. Altara, P. Venini, Leoncillo, G. Gambone.

Si situa nei primi anni Cinquanta il momento aureo della collaborazione tra Ponti e Fornasetti. I trumeauxArchitettura, alti e stretti, decorati in bianco e nero con prospettive architettoniche (alcuni esemplari sono conservati al Victoria and Albert Museum di Londra), vennero presentati alla Triennale di Milano del 1951 insieme con una camera da letto in giallo e nero, con stampe astratte su stoffe e su pareti che esaltano la linea già aerodinamica dei mobili. È del 1950 l'arredo del negozio Dulciora a Milano e del casinò di Sanremo, con il tema delle carte da gioco sulle stoffe, sulle pareti, sui soffitti e sulle poltrone in flexan (materiale plastico) disegnate dal Ponti. Anche l'arredamento degli uffici Vembi-Burroughs a Torino e a Genova venne decorato con motivi di penne, matite, fogli e calcolatori stampati sulle allora nuovissime materie plastiche. La casa Lucano a Milano (1951) è il lavoro dove lo stile dei due artisti è più intrecciato: l'uno si riflette nell'altro in un interrotta specchiatura di prospettive e di illusioni ottiche. Mobili disegnati dal Ponti e decorati dal F. arredavano anche gli appartamenti di prima classe del transatlantico "Andrea Doria" (1953).

Sul finire degli anni Cinquanta, concluso il sodalizio con il Ponti, il F. si dedicò al suo nuovo negozio in via Bigli, n. 24 (dal 1961 trasferito in via Manzoni e quindi, dal 1973, in via Brera). Nella sua abitazione di via Bazzini, n. 14, che fungeva anche da laboratorio e stamperia, e in un altro laboratorio esclusivamente per la ceramica, realizzò ogni tipo di oggetti decorati con motivi che divennero caratteristici della sua produzione: ad esempio i giornali, le mani, il sole, un viso femminile ottocentesco, Arlecchino, le maschere italiane, le carte da gioco. Colto e raffinato, il F., protagonista della vita mondana e culturale milanese, riassunse in sé la figura dell'artista, designer, artigiano, stampatore, imprenditore e operatore commerciale. Nel corso degli anni Sessanta incontrò sempre meno il favore del pubblico: il nuovo design italiano richiedeva ampi spazi vuoti e la nuova moda fece scivolare l'ossessione decorativa del F. verso il cattivo gusto. Negli anni Settanta chiuse il laboratorio e inizò a lavorare per la galleria dei Bibliofili, di via Morone, n. 8, fondata con alcuni amici.

Nel 1980 si aprì a Londra il negozio "Tema e variazioni", titolo di una sua famosa serie di oggetti. Nel mercato antiquario e nelle aste cominciarono a essere valutati i suoi mobili degli anni Cinquanta (Finarte, Milano, 7 maggio 1984, catal., p. 24; Sotheby's, New York, 17 maggio 1985, catal., nn. 520-524; Finarte, Milano, 12 maggio 1988, catal., p. 111). Da questo momento il suo lavoro, ormai storicizzato, venne compreso all'interno del design del Novecento.

Il F. morì a Milano il 9 ott. 1988.

http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-fornasetti_(Dizionario-Biografico)/


La Fornasetti esiste tuttora e dopo la scomparsa di Piero Fornasetti avvenuta nel 1988 l'azienda è passata al figlio Barnaba Fornasetti.
http://www.ilvecchiotarlo.it/fornasetti_piero.htm
 
 

                                                                            

domenica 3 aprile 2011

LUNARIO DEL SOLE - "Discorso Preliminare" di Fabrizio Clerici

                                                                             
Sempre alle prese, con le mie raccolte della prima metà del '900 , mi sono imbattuta in un personaggio veramente eclettico - Fabrizio Clerici - pittore, architetto, scenografo, costumista, fotografo, scrittore  e amico di alcuni fra i più importanti artisti, critici, musicisti e letterati del Novecento.

La raccolta,  che andrò a postare, non è altro che un calendario illustrato e stampato nel 1942, da Piero Fornasetti su commissione di Giò Ponti, con l'introduzione - racconto fantasioso di Fabrizio Clerici. (Una terna di nomi veramente pesanti!)

Le Stampe della  raccolta sono logicamente dodici, colorate, ognuna raffigurante un mese dell'anno e racchiuse in una appropriata custodia di cartoncino. Sul frontone di detta cartellina, un disegno di stampa litografica, raffigurante un mappamondo e attrezzi astronomici con sole e luna sullo sfondo, sempre del pittore Piero Fornasetti.
All'interno, come presentazione, il  "Discorso Preliminare" di Fabrizio Clerici.





















Tavola n°  1              - GENNAIO -






Tavola n°  2                      - FEBBRAIO -






Tavola n°  3                      - MARZO -






Tavola n°  4                 - APRILE -





Tavola n°  5                                  - MAGGIO -








Tavola n° 6                          - GIUGNO -





Fabrizio Clerici (Milano, 15 maggio 1913 – Roma, 7 giugno 1993).


Pittore italiano, tra i più importanti del novecento.

La sua pittura, colta e raffinata nei riferimenti artistici e letterari, algida e aristocratica è intrisa delle umane inquietudini di quel novecento alienante e ostile che ha caratterizzato la fine del secondo millennio. Il suo immaginario coniuga le suggestioni del Piranesi, l’autorevolezza negli studi sull’antichità classica del gesuita ed erudito tedesco del XVII secolo Athanasius Kircher, come di Caspar David Friedrich e Arnold Böcklin,trasferendone i codici figurativi e di ricerca nel suo paesaggio contemporaneo, inevitabilmente intriso di inquietudini ed introspezioni.

Artista dalla poetica complessa e di matrice eclettica, fu anche architetto, scenografo e costumista, fotografo e amico di alcuni fra i più importanti artisti, critici, musicisti e letterati del Novecento. Clerici ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali per la sua opera esposta nei più importanti musei internazionali ed in prestigiose collezioni private e pubbliche, le sue opere sono parte importante e significativa dell’arte non solo italiana del Novecento.

Tra le opere più note si ricordano: Il Minotauro accusa pubblicamente sua madre (dipinto in varie versioni), che aveva profondamente appassionato Salvador Dalì, il celebre Sonno romano (1955) Le Confessioni palermitane (1954) la Minerva Phlegraea, (1956-57) Le Krak des Chevaliers (1968). Accanto ad altri lavori dedicati ai miraggi, alle città sepolte, alle archeologie domestiche e alle “stanze”. Queste ultime, dagli anni Sessanta, sono caratterizzate dalla presenza di figure divine della simbologia egizia, come il Dio-falco Horus e le sfingi di ariete. Il vuoto, come elemento e spazio della memoria, prevale nelle opere degli anni Settanta con i due celebri dipinti Corpus hermeticum e Un istante dopo.

Note biografiche

Si trasferisce ben presto a Roma (1920) dove compie i suoi studi per laurearsi presso la Scuola Superiore di Architettura (1937).

Decisiva per lui la permanenza a Roma negli anni della giovinezza: i monumenti romani, la pittura e l’architettura rinascimentale e barocca lo influenzano fortemente, così certe funzioni religiose che lo attraggono dal lato spettacolare. E più tardi, da una nostalgia di quei «mirabilia» scoperti allora, nascerà il Sonno romano (1955).

A Roma, da studente universitario, segue le conferenze di Le Corbusier e nel 1936 si lega d’amicizia con Alberto Savinio (fratello di Giorgio de Chirico). Tra i due artisti nasce una profonda stima reciproca; in Ascolto il tuo cuore città (1944) Savinio scrive: «Fabrizio del resto è così naturalmente stendhaliano, nell’animo, nel carattere, nel costume,che per una volta mi è consentito credere che la natura ha fatto le cose a dovere».

Nel 1938, a Milano, incontra Giorgio de Chirico con il quale si intrattiene in lunghe conversazioni sulle tecniche pittoriche, in particolare sulla pittura a tempera.

Alla fine degli anni trenta risalgono i primi disegni fantastici: personaggi non ritratti dal vero ma ricostruiti a memoria. È la memoria di avvenimenti o luoghi o persone, variati o deformati attraverso il filtro del tempo, a indirizzarlo maggiormente verso una condizione trasposta nel sogno; e poiché la sua ottica è una ricostruzione onirica di immagini, egli entra con tutta naturalezza nel clima surrealista.

Ma il vero movente in Clerici rimane la ricerca metafisica.

Il ritorno a Roma dopo gli anni della guerra lo avvicina agli studi scientifici di Athanasius Kircher, agli anamorfici di Erhard Schön e a quelle teorie ottico-prospettiche del Padre Jean-Francois Niceron dell’ordine dei Minimi.

Nel 1944 incontra a Roma Leonor Fini; l’atmosfera di magia che segnò l’incontro con Leonor è ripercorsa da Clerici in un articolo del 1945 pubblicato su “Quadrante”.

Frequenta artisti e letterati: Alberto Moravia, Elsa Morante.

Nel gennaio del 1945 espone con Savinio in una collettiva, presentata da Mario Praz; l’anno dopo incontra a Milano Tristan Tzara.

Nel 1947 collabora con Lucio Fontana ad un progetto "Patio per una casa al mare", di cui Fontana esegue le sculture, per Handicraft Development, Inc. in New York.

Nel Settembre del 1948, a Venezia, stringe amicizia con Salvador Dalì.

Fino al 1948 egli continua nel disegno e nell’incisione; nel 1949 affronta, dopo anni di preparazione, la pittura in vaste composizioni nelle quali l’architettura resta pertanto lo scheletro armonico di quasi tutti i suoi quadri.

Nel 1953 inizia una serie di peregrinazioni nel Medio Oriente: la prima tappa è l’Egitto e successivamente i suoi viaggi lo porteranno in Siria, Giordania, Libia, Cirenaica e Turchia.

Nel 1955 espone a New York la maggior parte delle pitture eseguite in quegli anni.

Dai viaggi nel Medio Oriente egli riporta due temi che gli saranno poi familiari: i Miraggi e i Templi dell’uovo,cicli di costruzioni utopistiche nei deserti, che si sviluppano a spirale partendo da un nucleo centrale dove ha sede un ipotetico uovo primigenio.

Clerici divaga spesso sui temi mitologici, proprio là dove il senso della fatalità è più vivo o allarmante. La sua natura di visionario si compiace di portare alla luce frammenti perduti o mai esistiti come nel Recupero del Cavallo di Troia (1949-55), o in quei fantomatici reperti fossili a forma di spilla da balia, protagonisti tutti nella vastità di irraggiungibili deserti.

Contemporaneamente alla pittura, che si evolve secondo l’indirizzo sempre più fantastico e magico, si dedica al teatro. Al ritorno dall’Egitto, Giorgio Strehler lo invita a creare le scene per La Vedova scaltra di Carlo Goldoni. Precedentemente egli aveva già lavorato per il teatro; per il balletto e l’opera lirica, in spettacoli dove più vivo e congeniale era il tema del mondo fantastico. A lui si devono le scene e i costumi per Orpheus di Igor Stravinskij presentato in prima europea al Teatro La Fenice di Venezia nel 1948; Didone ed Enea di Purcel (1949), ed Il sacrificio di Lucrezia di Britten (1949) entrambi realizzati per il Teatro dell’Opera di Romacon la regia di Alberto Lattuada; Armida (1950) per il XIII Maggio Musicale Fiorentino; Gianni Schicchi (1962)con la regia di Peter Ustinov per il Covent Garden; Alì Babà (1963) per il Teatro alla Scala, unitamente ad altri memorabili allestimenti nei più importanti teatri, avvalendosi della collaborazione di Aurel M. Milloss, OrazioCosta, Bianca Gallizia, Luigi Squarzina, Federico Fellini, Peter Ustinov, George Solti, Bruno Maderna e molti altri artisti.

Interessato a sempre differenti modi di espressione per due anni lavora alla realizzazione di una grande vetrata La fede di Santa Caterina per la Basilica di San Domenico a Siena (1957).

Nel 1964 inizia la serie delle tavole per l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, lavoro che lo tiene impegnato per un lungo periodo; molte di queste composizioni verranno riprese, con varianti, nel corso del tempo.

Nel 1968 in occasione del Berliner Festwochen è invitato dal Senato delle Arti e delle Scienze di Berlino con due esposizioni antologiche di pittura e scenografia allestite nella Galerie des XX Jahrhunderts e alla Rathauses Tempelhof.

Nel 1970 realizza per la Propyläen Verlag Berlin una edizione numerata de Il Milione di Marco Polo, con varie tavole in nero e a colori e molte litografie originali. Questi disegni vengono esposti, assieme ad una selezione di pitture, alla Galerie Brusberg di Hannover (1971).

Durante il periodo 1974-75 dipinge un ciclo di quadri ispirati alla Isola dei morti di A. Böcklin, tutte variazioni che verranno poi riprese in anni successivi.

Nel 1977, per una edizione a limitato numero di copie, ha eseguito una serie di litografie che illustrano Le bestiaire di Guillaume Apollinaire.

Nello stesso anno tre importanti retrospettive gli sono dedicate a Kiev (Museo d'Arte Occidentale), a Alma Ata (Museo di Belle Arti), a Mosca (Museo di Belle Arti Pushkin).

Negli anni Settanta lavora alle opere di ispirazione egizia dal titolo Variazioni Tebane; dal 1980 comincia il ciclo pittorico sul tema della violenza che chiamerà I Corpi di Orvieto portato a termine nel 1981 insieme ad una serie di grandi tavole a colori: Le Impalcature della Sistina.

Nel 1983 si inaugura una importante mostra presso la Galleria Civica d’Arte Moderna - Palazzo dei Diamanti di Ferrara con presentazione in catalogo di Federico Zeri. Nel 1984 è invitato ad un convegno sulla pace;visita Samarcanda e Bukara.

Nel 1987 si apre una retrospettiva al Palazzo Reale di Caserta con un catalogo edito da Franco Maria Ricci. Dal 1988 al 1990 prepara la grande antologica presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1990) nella quale figurano oltre duecento opere provenienti da collezioni pubbliche e private.

Nel 1991 il Teatro alla Scala di Milano gli rende omaggio con una mostra di bozzetti e figurini per spettacoli da egli eseguiti presso lo stesso teatro dal 1953 al 1963 .

Dal 1988 al 1992 esegue una serie di dipinti con iconografie escatologiche, molti dei quali impostati con tinte monocromatiche.

Dopo la sua scomparsa, avvenuta a Roma nel 1993, viene costituito l’Archivio Fabrizio Clerici che, nel rispetto del volere del maestro, tutela la sua opera omnia onorandone la memoria con la promozione di importanti mostre.
www.archivioclerici.com/Immagini/.../Note%20biografiche%20pdf.pdf


Scritti di Fabrizio Clerici
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Il lunario del sole [Discorso preliminare], calendario del 1942 stampato da Piero Fornasetti, Milano.....
www.archivioclerici.com/Scritti%20di%20Clerici.html



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Tavole  6/12