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martedì 11 settembre 2012

I GRANDI MAESTRI DEL COLORE - MELOZZO DA FORLI' - Collezione


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MELOZZO DA FORLI'













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Melozzo da Forlì


« Fu molto studioso delle cose dell'arte, e particolarmente mise molto studio e diligenza in fare gli scorti. »
(Giorgio Vasari)

Melozzo di Giuliano degli Ambrosi, detto Melozzo da Forlì (Forlì, 1438 – Forlì, 1494), è stato un pittore e architetto italiano, massimo esponente della scuola forlivese di pittura nel XV secolo.

Unì l'uso illusionistico della prospettiva, tipico di Andrea Mantegna, a figure monumentali rese con colori limpidi, vicine ai modi di Piero della Francesca. La luce tersa della sua pittura richiama quella dei "pittori di luce" fiorentini, come Domenico Veneziano e l'ultimo Beato Angelico. Fu il primo a praticare con grande successo lo scorcio dal basso, "l'arte del sotto in su, la più difficile e la più rigorosa".

Tra i discepoli diretti, si segnala il pittore Marco Palmezzano, certamente il più famoso, anch'egli appartenente alla scuola forlivese.

In architettura, influì fortemente sull'opera di un altro forlivese, Pace di Maso del Bombace.

Biografia 
Melozzo Da Forlì


Formazione


Della sua prima formazione non sappiamo molto, se non che fu discepolo del giottesco Baldassarre Carrari il Vecchio. Certamente, a Forlì aveva fatto impressione, poi, anche l'opera di un altro discepolo di Giotto, Guglielmo degli Organi, che aveva affrescato, tra le altre cose, la chiesa di San Domenico.

Possiamo anche pensare ad un ambiente forlivese dominato da Ansuino da Forlì, che aveva preso parte all'impresa della chiesa degli Eremitani a Padova, riportando a Forlì la maniera di Andrea Mantegna, da cui Melozzo derivò una linea tagliente e incisiva, l'uso degli scorci e l'attenzione all'espressività delle figure.

Ebbe inoltre molta familiarità con Giovanni Santi, il padre di Raffaello.

Arrivo a Roma

Dal 1464 lavorò a Roma nella basilica di San Marco, inglobata, a partire dal XV secolo, in Palazzo Venezia, dipingendo gli affreschi con San Marco Papa e San Marco Evangelista.

Forse tra il 1464 e il 1465 collaborò con Antoniazzo Romano alla decorazione ad affresco della cappella Bessarione nella basilica dei Santi XII Apostoli, sempre a Roma.

Dal 2008 gli affreschi sono nuovamente visibili.

A Urbino

Dal 1465 al 1475 fu a Urbino a contatto con l'opera di Piero della Francesca, di cui fu allievo riprendendo l'impostazione monumentale della figure.

La presenza di Melozzo ad Urbino lasciò una chiara influenza su Giusto di Gand, che vi giunse circa nel 1473, e su Pedro Berruguete, che vi arrivò dopo il 1474.

Melozzo alla corte dei Montefeltro approfondì lo studio della prospettiva in senso illusionistico.

A Urbino, si ritiene probabile, ma non certo, che abbia lavorato anche nella pittura dei ritratti di uomini illustri nello studiolo del Duca. In particolare, a Melozzo "probabilmente risaliva l'inquadratura architettonica della biblioteca e dello studiolo".
http://serena-ilsuospazio.blogspot.it/2012/03/i-tesori-dellarte-italiana-urbino-2.html

Del periodo urbinate è la frammentaria tavola con il Salvator Mundi dove accanto alla fisionomia di tipo mantegnesco si nota nella resa monumentale delle figura l'influenza di Piero mentre il soggetto è tipicamente di origine fiamminga.

Tra il 1466 e il 1470 sono datati i due frammenti con Vergine annunciata e Angelo annunciante della Galleria degli Uffizi di Firenze.

Pittore di Sisto IV

Nel 1475 tornò a Roma, dove fu nominato Pictor papalis, ovvero pittore ufficiale di Sisto IV. Come tale, la sua influenza sulla pittura contemporanea e successiva fu enorme.

Nel 1477 eseguì l'affresco con
Sisto IV nomina Bartolomeo Platina prefetto della biblioteca Vaticana,  (foto a lato)
già nella Biblioteca Vaticana stessa ed oggi staccato e conservato alla Pinacoteca Vaticana, importante testimonianza dei suoi interessi nello scorcio architettonico e nell'integrazione tra figure e architetture per fini illusionistici.



Il 17 dicembre 1478 fu tra i fondatori dell'Università dei Pittori, Miniatori e Ricamatori, che sarebbe poi diventata la prestigiosa Accademia di San Luca.




Nello stesso periodo disegnò, per conto di Girolamo Riario, un nuovo palazzo in Roma, quello che oggi, rimaneggiato negli anni successivi, è conosciuto come palazzo Altemps.
Del resto, Girolamo si servì dell'opera di Melozzo anche per la progettazione di diversi palazzi a Imola e del Palazzo Riario a Forlì.
I restauri del 1984 hanno, tra l'altro, portato alla luce affreschi attribiti alla scuola di Melozzo, nella cosiddetta "Sala della Piattaia".

Ad un periodo imprecisato risalgono gli affreschi della Basilica di Santa Francesca Romana: Dottori della Chiesa, attribuiti comunque a Melozzo ed alla sua cerchia.

 Nel 1480 circa eseguì nell'abside della chiesa dei Santi Apostoli, dopo i lavori di rinnovamento voluti dal cardinal Giuliano della Rovere nel 1475 circa, l'affresco con Ascensione di Cristo.
L'opera, che si segnalava per l'uso ardito e nel contempo rigoroso della prospettiva, colpì molto i contemporanei ed ebbe moltissima influenza.
Lo stesso Michelangelo lo tenne presente per il suo lavoro alla Cappella Sistina. L'affresco rimase sul posto fino al 1711 quando l'abside venne distrutto per rimodernare la chiesa.
Fu allora staccato e diviso in 16 parti: 14 frammenti con Apostoli e i celebri Angeli musicanti sono ora esposti nella sala IV della Pinacoteca Vaticana; un altro frammento di Angelo si trova ora al Museo del Prado, mentre la figura del Cristo benedicente venne sistemato sullo scalone d'onore dell'allora Palazzo Apostolico al Quirinale, dove si trova ancora oggi, avendo come didascalia una lapide latina che celebra il primato di Melozzo nella prospettiva; le monumentali figure, infatti, sono scorciate prospetticamente in modo mirabile. Recita la lapide: "OPUS MELOTTII FOROLIVIENSIS / QUI SUMMOS FORNICES PINGENDI ARTEM / MIRIS OPTICAE LEGIBUS / VEL PRIMUS INVENIT VEL ILLUSTRAVIT / EX ABSIDE VETERIS TEMPLI SS. XII APOSTOLORUM / HUC TRANSLATUM ANNO SAL. MDCCXI".
 Un'altra sua opera del periodo romano è l'Annunciazione visibile nel Pantheon, nella cappella a destra (rispetto a chi guarda) di quella dove è sepolto Vittorio Emanuele II di Savoia.

Presumibilmente in questo periodo collaborò con Andrea Bregno per il Monumento del cardinale Giovanni Diego de Coca (morto nel 1477) nella basilica di Santa Maria sopra Minerva: notevole è, al proposito, l'affresco di Melozzo Cristo giudice tra due angeli (detto anche Giudizio universale).

Alla morte di Sisto IV, nel 1484 lasciò Roma per Loreto.

A Loreto 
Cupola della sagrestia di San Marco, Loreto (dettaglio)





Tra il 1484 e il 1493, ma secondo alcuni fra il 1477 e il 1479, realizzò l'affresco della cupola della sagrestia di San Marco nella basilica della Santa Casa di Loreto, commissionato dal cardinale Girolamo Basso della Rovere. È uno dei primi esempi di cupola decorata sia con figure sia con elementi architettonici, fortemente influenzata dalla Camera Picta di Andrea Mantegna: il progetto prevedeva di disporre una serie di figure all'interno del catino, scorciate per una corretta visione dal basso, e inserite in cornici con rilievi in finto stucco, in modo che l'architettura dipinta sembrasse la continuazione dell'architettura reale. Per lo scheletro architettonico dipinto, realizzò una serie di costoloni e cornici convergenti verso la sommità della cupola, che circondano finestre aperte su un cielo, entro le quali si trovano angeli con le ali spiegate, recanti simboli della Passione.

Alla base della cupola, sopra la terminazione del tamburo e sotto gli angeli, dipinse su ogni vela otto Profeti seduti su un cornicione dipinto e inclinati in avanti, verso il basso, in modo che i volti mostrino il lato inferiore. Verso la sommità della cupola melozzo dipinse un circolo di cherubini e serafini con al centro, sopra la testa dello spettatore, lo stemma del committente circondato da un festone.

Più che mai convincenti sono le figure sospese illusionisticamente nel vuoto, ricreate forse studiando dei modellini in cera sospesi con dei fili, magari riflessi in uno specchio posato per terra. Melozzo non aveva però ancora compreso, come fecero poi Raffaello (nella cappella Chigi a Santa Maria del Popolo) e Correggio (a Parma), che se la veduta dal basso era adeguata per le figure alla base della cupola, per quelle al centro era necessaria una veduta assiale.

Terzo soggiorno a Roma
Del 1489 è il mosaico della Cappella di Sant'Elena nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, con Gesù benedicente attorniato dagli evangelisti, in cui sono più evidenti gli influssi bizantineggianti.

Sempre a Roma, alla scuola di Melozzo, è attribuito l'affresco dei Dottori della Chiesa nella basilica di Santa Francesca Romana, nei pressi del Colosseo.

Altri viaggi e morte [modifica]Ad Ancona, nel 1493, realizzò la decorazione di alcuni soffitti del Palazzo Comunale, risistemato tra il 1447 ed il 1542 da Francesco di Giorgio Martini, (perduti).

Successivamente tornò a Forlì dove, in collaborazione con uno dei suoi migliori discepoli, Marco Palmezzano, decorò la Cappella Feo della chiesa di San Biagio (distrutta nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale).

Nella Pinacoteca civica della città romagnola si conserva l'opera conosciuta come il Pestapepe, probabilmente eseguita per conto di un commerciante, forse come insegna dell'attività. A lungo attribuita all'autore forlivese, è stata posta in relazione con ambienti artistici ferraresi, forse opera di Francesco del Cossa.

Morì a Forlì nel 1494 e la sua tomba si trova all'interno della chiesa della Santissima Trinità.
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domenica 9 settembre 2012

I GRANDI MAESTRI DEL COLORE - CARPACCIO - Collezione

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CARPACCIO












C'è da ricordare che siamo nel 1936 quando questo Anonimo redige tale commento, a mio parere piuttosto discutibile per il contenuto, anche se può essere stato tratto in inganno dal titolo del dipinto.
Questo "critico" non poteva sapere che nel 1944, a seguito di un importante ritrovamento, il titolo del dipinto sopra postato, sarebbe cambiato e sicuramente il suo commento sarebbe stato meno lapidario!

Ma non voglio togliere la sorpresa ai lettori ... dato che ora si entra nel "giallo"!

Nel momento in cui ho visto questa opera del Carpaccio, mi sono subito ricordata di Grazia, del suo blog "Senza Dedica"  e del post ...

Assolutamente dovete andare a trovarla: merita di essere seguita e letta perchè il suo scrivere è coinvolgente ed esplicativo soprattutto per quanto riguarda la "Storia dell'Arte"
... E per saperne di più sul dipinto in questione, nessuno meglio di lei può illuminarVi!






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Biografia di Vittore Carpaccio
(1465 ca. - 1526)



Nato a Venezia nel 1465 circa, Vittore Carpaccio è pittore dalla vita misteriosa e dalla formazione incerta. Il suo stile molto personale - soprattutto a confronto con gli autori coevi, provenienti dall'ambiente veneto - lascia incertezze sul luogo dei suoi studi.

Molti critici deducono che egli abbia iniziato l'esperienza artistica a Venezia, influenzato da Gentile Bellini, Lazzaro Bastiani, Antonello e Giambellino. Eppure è quasi sicuro, data la complessità di suggestioni presenti nella sua opera, che abbia avuto contatti con Antonello da Messina ed è certo che abbia preso visione delle opere del Mantegna e del ciclo ferrarese di Piero della Francesca.
Anch'egli impegnato nella realizzazione di teleri (opere su tela, preferita al supporto ligneo), come il Mantegna iniziatore di quest'assoluta novità tecnica, Carpaccio attende ad un ciclo per la scuola di Sant'Orsola, nel 1490.
Sembra che questa sia la sua prima commissione, alla quale fanno seguito altri incarichi istituzionali.

Sul finire del Quattrocento, sotto la direzione del Bellini, realizza opere per la scuola di San Giovanni evangelista.
Nel 1501 inizia un ciclo di teleri per il Palazzo Ducale, destinato ad ornare la sala dei Pregadi e quella del Maggior Consiglio, opere completamente perdute. Da questi anni in poi, molte scuole veneziane gli offrono incarichi di prestigio. Per la scuola di San Giorgio degli Schiavoni, realizza un ciclo di Storie del Santo, di San Gerolamo, San Trifone e due Storie evangeliche: la "Vocazione di San Matteo" e "La preghiera nell'orto".
Attende ad opere per la scuola degli Albanesi e la scuola di Santo Stefano.
Sono i primi anni del Cinquecento e il suo lavoro sembra strettamente legato ad incarichi istituzionali, tanto che il cronista veneziano Sanudo lo definisce "pittore di stato".

Alle opere pubbliche s'aggiungono prove commissionate da privati: nascono così le "Cortigiane" ed il "Ritratto di cavaliere".
Presto le committenze si allargano alla provincia, e Carpaccio realizza le Pale di San Pietro martire a Murano e di Santa Maria in Vado a Ferrara.
A Capodistria esegue la Pala d'altare e le portelle dell'organo per il Duomo. Sono gli ultimi anni: qui, infatti, trova la morte nel 1526. Qui Link


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mercoledì 5 settembre 2012

I GRANDI MAESTRI DEL COLORE - CARAVAGGIO - Collezione

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CARAVAGGIO
















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Caravaggio


Una vita violenta
 
 
 
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (nome tratto dal paese lombardo che gli ha dato i natali), nasce il 29 settembre del 1571 da un architetto a servizio del marchese di Caravaggio, Francesco Sforza. Il pittore apparteneva ad una famiglia stimata e abbastanza agiata. La sua vocazione deve essersi manifestata molto presto, poiché già nel 1584 entra come allievo nella bottega del pittore bergamasco Simone Peterzano, allievo di Tiziano.
 
E' un periodo in cui si avvale di alcuni protettori, tra cui gli Sforza e i Colonna, oppure come ad esempio il cardinale Del Monte, che lo alloggia nel suo palazzo e gli commissiona nature morte.



Nel 1592 l'irrequieto pittore decide di trasferirsi a Roma, dove è accolto fra la servitù di Pandolfo Pucci, un nobile locale. Ancora poco autonomo si vede costretto a lavorare per artisti piuttosto noti al tempo, come Antiveduto Grammatica, Lorenzo Siciliano o Giuseppe Cesari noto come il Cavalier d'Arpino, pittore di soggetti floreali, di nature morte o di soggetti religiosi.

In questi anni "fu assalito da una grave malatia che, trovandolo senza denari, fu necessitato andarsene allo Spedal della Consolazione" (Baglione): è il periodo in cui dipinge i famosi ritratti allo specchio ed il "Bacchino malato" (conservato nella Galleria Borghese).



La svolta nella carriera di Caravaggio è segnata dall'acquisto de "I bari" da parte del cardinal Francesco Maria del Monte: dopo questo avvenimento, si trasferisce in Palazzo Madama, residenza del cardinale, dove resta fino al 1600.



L'ammirazione del cardinale viene condivisa anche da un suo importante vicino di casa, il marchese Vincenzo Giustiniani, residente nel palazzo di famiglia sito a pochi passi da Palazzo Madama. Oltre al Giustiniani figurano tra i committenti di Caravaggio importanti famiglie quali i Barberini, i Borghese, i Costa, i Massimi ed i Mattei.



Ma gli episodi della vita dell'artista durante questi primi anni romani rimangono oscuri e inquietanti. Nel 1597 gli viene chiesto di dipingere alcune tele per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi ("Vocazione e martirio di San Matteo, San Matteo e l'angelo") che lo rendono celebre e contestato. Di quest'ultima opera dovrà fornire una nuova versione, poiché era stata giudicata volgarmente irriverente. Da allora e fino al 1606, la storia di Caravaggio è costellata da vari avvenimenti truci e violenti che si sovrappongono. Da un lato realizza numerose opere di notevole importanza che sottolineano la sua fecondità e potenza creativa: tanto per fare un esempio, tra il 1600 e il 1601 dipinge la "Crocifissione di San Pietro" e la "Conversione di San Paolo"; nel 1604 la "Madonna dei pellegrini o di Loreto", nel 1605 la "Morte della Vergine", rifiutata dai religiosi di Santa Maria della Scala e acquistata invece dal duca di Mantova, su consiglio del giovane Rubens.



Negli stessi anni segnati da questa esplosione creativa, a partire dal 1603, si succedono senza interruzione denunce alla polizia, risse, processi: nel 1605 Caravaggio si rifugia a Genova, dopo aver ferito un cancelliere in tribunale. Nel maggio del 1606, un duello si conclude tragicamente con l'uccisione del suo avversario (ma lui rimane comunque ferito), omicidio che lo costringe a fuggire, prima a Palestrina e poi nell'Italia meridionale. Comincia allora una vita da fuggiasco, in cui si alternano successi e sventure. Nel 1607 si reca a Napoli dove esegue per chiese e conventi alcuni capolavori come la "Flagellazione di Cristo" e le "Sette opere di misericordia".

Ma le sue peregrinazioni non si fermano e anzi lo portano, siamo nel 1608, fino a Malta. Il ritratto del gran maestro Alof de Wignacourt gli vale altre ordinazioni, in particolare il grande "notturno" della "Decollazione di san Giovanni Battista", conservato appunto nel duomo di La Valletta.

Caravaggio è accolto nell'ordine dei Cavalieri, ma notizie provenienti da Roma, riguardanti i motivi del suo esilio, provocano un'inchiesta e quindi l'ennesima fuga del pittore.



In autunno si reca in Sicilia. dove, spostandosi da una città all'altra lascia numerosi esempi del suo genio: il "Seppellimento di Santa Lucia", eseguito a Siracusa per l'omonima chiesa; la "Resurrezione di Lazzaro" e l'"Adorazione dei pastori" oggi esposte al museo di Messina e una "Natività", conservata nell'oratorio di San Lorenzo a Palermo. Ritornato a Napoli nell'ottobre del 1609, è aggredito e gravemente ferito. Nel contempo i suoi protettori romani si adoperano per ottenergli la grazia. Ancora convalescente si imbarca nel luglio del 1610 per lo Stato pontificio. Arrestato per errore alla frontiera di Porto Ercole e liberato due giorni dopo, vaga lungo le spiagge alla vana ricerca della barca che lo aveva trasportato lì. Colpito dalla febbre, Michelangelo Merisi si spegne il 18 luglio 1610 in una locanda, in solitudine, qualche giorno prima che fosse annunciata l'approvazione della domanda di grazia.

Per inquadrare meglio la personalità di Caravaggio, riportiamo in conclusione un profilo riassuntivo di Gianni Pittiglio: "Il Romanticismo non ha fatto altro che [basandosi su biografie dell'epoca. N.d.r.] creare un mito che, nel XX secolo, come accade in moltissimi altri casi, è stato a fatica ridimensionato. Ancora oggi il grande pubblico conosce Caravaggio nella versione poco fedele generata in quegli anni. Ne risulta così un artista "maledetto", bohemien, senza nessuna considerazione del contesto. Caravaggio infatti è un violento, ma non si ricorda che negli stessi anni vivono vicende simili figure come il Cavalier d'Arpino, Torquato Tasso, Giovan Battista Marino, Ignazio da Loyola e tantissimi altri; le presunte tendenze omosessuali del Merisi non vengono considerate fattore marginale nella sua personalità d'artista (per alcuni rappresentano persino la via interpretativa per molti dei suoi dipinti giovanili), come nei casi più certi di Leonardo o Michelangelo Buonarroti. E' però l'ateismo e l'ignoranza in fatto di materie religiose l'elemento più lontano dal vero: l'artista è semplicemente legato al pauperismo di Federico Borromeo con tutto ciò che questo comporta; mai Caravaggio affronta un tema religioso senza aver ben presente delle fonti scritte o iconografiche, che denotano in lui una cultura di testi sacri oltre la media".




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Le 5 Tavole postate sono di mia proprietà



lunedì 3 settembre 2012

I GRANDI MAESTRI DEL COLORE - LEONARDO - Collezione

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Ogno tanto mi ripeto così come potrebbero sembrare ripetitive le mie Tavole ...

Tavole sì, di dipinti di Artisti celeberrimi già citati in altri post, ma differenti i soggetti da loro raffigurati.

Di mia proprietà è questa collezione riferita a riproduzioni di Opere celebri de' "I Grandi Maestri del Colore".
Detta collezione, consta di diverse Tavole, stampate nel 1936 per  "l'Illustrazione del Medico" dalle Officine "Ist. It. d'Arti Grafiche"  di Bergamo.

Sicuramente, anche ai non addetti ai lavori, non sarà difficile riconoscere determinati dipinti proprio per la loro notorietà.
Potrebbe essere una rivelazione per quelle persone che avessero ammirato detti dipinti dal vero, in epoche antecedenti, riscontrare invece, come risultino completamente diversi gli stessi dipinti, dopo l'avvenuto restauro.

E' il caso di questo dipinto:














Il restauro dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci


Una lunga e complessa opera di restauro sostenuta dalla Olivetti per salvare un grande capolavoro dell’arte italiana, che molti ritenevano “irrestaurabile”. Tra le tante iniziative sostenute dalla Olivetti per conservare e promuovere il patrimonio artistico nazionale, il restauro dell’Ultima Cena di Leonardo, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano è forse la più significativa. Questo, non solo per l’enorme valore storico e culturale dell’opera, ma anche per una serie di altri motivi, tra cui:

- la complessità tecnica del restauro, dovuta alla particolare tecnica utilizzata da Leonardo e ai gravi deterioramenti intervenuti nel corso dei secoli;

- l’eccezionale durata del restauro, che si è protratto per 17 anni dal 1982 al 1999;

- il contributo organizzativo, tecnologico e culturale fornito dalla Olivetti, in aggiunta al contributo finanziario, con la pubblicazione di ricerche mirate sull’Ultima Cena e sulle influenze che l’opera ha avuto nella pittura, e con l’organizzazione di una importante mostra su questi temi;

- le soluzioni tecniche e organizzative adottate non solo per il restauro, ma anche per preservare il dipinto nel futuro, senza sottrarlo all’ammirazione del pubblico.

La richiesta e l’inizio dei restauri

La partecipazione di Olivetti al restauro dell’Ultima Cena di Leonardo comincia nei primi mesi del 1982, dopo che l’allora Ministro per i Beni Culturali, Vincenzo Scotti, si rivolge all’azienda eporediese chiedendo un intervento non limitato alla pura sponsorizzazione. L’Olivetti era già ben conosciuta per il suo impegno in iniziative volte al sostegno e alla promozione del patrimonio artistico italiano: per questo motivo, alla Società viene chiesto non solo di assumersi l’onere del completo finanziamento del restauro, ma anche di collaborare alla ricerca di soluzioni tecniche capaci di risolvere al meglio tutti i problemi che un progetto di tale calibro avrebbe necessariamente comportato.

Il restauro dell’opera di Leonardo aveva preso il via già nel 1977, con alcuni lavori preliminari di pulitura e campionatura, ma solo la collaborazione dell’Olivetti a partire dal 1982 consente di dare continuità ai lavori, affidati alla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon, sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano, della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano e dell'Istituto Centrale per il Restauro di Roma.

La Olivetti, unico sponsor dei lavori, oltre ad assicurare il sostegno finanziario, mette a disposizione le sue competenze tecnologiche e, facendo leva anche sul prestigio culturale e artistico di Renzo Zorzi, responsabile delle Attività Culturali, svolge in modo discreto anche un’opera di coordinamento organizzativo di tutti gli enti coinvolti.

I lavori sono accompagnati dallo svolgimento di studi e ricerche sia per approfondire la conoscenza storico-artistica dell’opera di Leonardo, sia per sfruttare al meglio quanto le tecniche di restauro e conservazione dei dipinti permettono di applicare al caso molto complesso dell’Ultima Cena.


Foto A. Quattrone, in "Leonardo. L'Ultima Cena", Olivetti - Electa, 1999



Fasi del restauro del Cenacolo nel particolare del gruppo di apostoli Filippo, Giacomo e Tommaso. Questi momenti sono accuratamente descritti dalla stessa restauratrice, Pinin Brambilla Barcilon, in uno dei saggi raccolti nel volume "Leonardo. L'Ultima Cena" edito da Olivetti ed Electa in occasione della conclusione del lungo restauro.

In alto a sinistra: foto prima dell'intervento; evidente la scabrosità della superficie.

In basso a sinistra: il gruppo di apostoli con le prime campionature di pulitura.

In alto a destra: il gruppo di apostoli durante il restauro.

In basso a destra: a restauro ultimato.




 Si pubblicano articoli su varie riviste scientifiche, si organizzano conferenze, dibattiti e mostre, come quella sui disegni preparatori di Leonardo per l’Ultima Cena, conservati nella Biblioteca Reale di Windsor e presentati nel 1983 dapprima a Milano e poi a Washington e in altre capitali del mondo.

L’Olivetti nella sua collana “Quaderni del restauro”, pubblicata in collaborazione con il Ministero per i Beni Culturali, presenta tre studi su alcuni aspetti relativi all’influenza del cenacolo vinciano sulla storia della pittura. Nel 1999, a conclusione del restauro, pubblica con l’Electa un prezioso volume con riproduzioni di alta qualità del dipinto e del suo restauro; alla fine dello stesso anno, dedica uno dei suoi libri strenna a Leonardo da Vinci, pubblicando vari scritti e disegni dell’artista toscano.



L’opera di restauro

Il restauro dell’Ultima Cena spesso viene ricordato come una delle opere più complesse nel campo della conservazione del patrimonio artistico italiano, non solo per la lunghezza della sua durata e per il numero di persone coinvolte. Occorre, infatti, considerare anche le difficilissime condizioni in cui si trovava il dipinto, realizzato tra il 1494 e il 1498.

Con l’Ultima Cena Leonardo aveva voluto sperimentare una nuova tecnica; anziché fare un affresco, aveva dipinto con una tecnica mista a secco su due strati di preparazione dell’intonaco. Ma i risultati ben presto si erano rivelati insoddisfacenti e già alla metà del Cinquecento l’opera presentava evidenti segni di usura. A più riprese, in seguito, vennero decisi vari interventi di restauro, spesso ottenendo l’effetto contrario a quello desiderato: l’opera divenne quasi illeggibile, ricoperta di innumerevoli strati di pitture, colle, stucchi che, insieme alla polvere, alla sporcizia e all’umidità, convinsero molti esperti a giudicare l’Ultima Cena un’opera “irrestaurabile”.

Al degrado avevano contribuito anche l’uso del Cenacolo come magazzino per le truppe napoleoniche alla fine del Settecento, l’apertura da parte dei frati di Santa Maria delle Grazie di una porta proprio sotto la figura del Cristo e, nel 1943, i bombardamenti che colpirono in pieno l’Ultima Cena, distruggendo la volta e una parete, ma lasciando miracolosamente in piedi, seppure senza la protezione del tetto, la parete con il dipinto di Leonardo e quella antistante con un grande affresco del Montorfano.

Il lavoro della restauratrice Pinin Brambilla e di tutti i suoi collaboratori si è quindi dimostrato estremamente complesso e laborioso. E’ stato necessario compiere un numero incredibile di campionature e di studi per trovare le tecniche migliori con cui restaurare l’opera e, soprattutto, per riportare alla luce i colori e le sagome originali di Leonardo.

Grazie agli enormi sforzi compiuti, si è potuto scoprire come il tempo e i restauri del passato avessero completamente stravolto l’opera vinciana, trasformando, ad esempio, i capelli di Matteo da biondi a scuri, oppure alcune bocche dei presenti a tavola da aperte, in segno di stupore, a chiuse. Tutti particolari, questi, che hanno dato nuova vita ad una delle opere più famose del mondo e che hanno permesso di riportare alla luce i veri tratti disegnati alla fine del 1400 da Leonardo.


Foto A. Quattrone, in "Leonardo. L'Ultima Cena", Olivetti - Electa, 1999



Particolare dell’Ultima Cena di Leonardo. Nella foto è possibile ammirare il lato del tavolo alla sinistra del Cristo. Partendo dalla destra dell’immagine è possibile riconoscere Simone, Taddeo, Matteo, Filippo, Giacomo Maggiore e Tommaso. Il restauro dell’opera, durato dal 1982 al 1999, è stato interamente sponsorizzato dalla Olivetti e ha riportato alla luce una serie di dettagli che, a causa di restauri precedenti, della polvere e della sporcizia dovute al tempo, non erano nemmeno conosciuti.





Il restauro è stato completato con la realizzazione di impianti per la conservazione ambientale: filtraggio dell'aria, abbattimento delle polveri, isolamento della sala, monitoraggio statico della parete e delle condizioni termo-igrometriche, regolazione di intensità e calore dell’illuminazione, impianti di sicurezza.

In oltre 17 anni, l’Olivetti ha sostenuto per il restauro un costo di circa 7 miliardi di lire, senza mai venire meno all’impegno preso, nemmeno nei momenti di maggiore difficoltà finanziaria. Dal 28 maggio 1999, all’indomani di una festosa inaugurazione, il dipinto di Leonardo, completamente rigenerato, è tornato ad essere una delle maggiori attrazioni artistiche di Milano.
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Il commento di ogni trafiletto, in calce a ciascuna Tavola, è di Anonimo (1936).


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